La storia poco conosciuta di due (non uno!) fumetti per adulti che si chiamavano come il nostro robot e del cortocircuito che li ha uniti tra Italia e Argentina
Di Goldrake, il robot giapponese, sappiamo ormai quasi tutto Ma per quanto riguarda gli altri Goldrake, protagonisti del cosiddetto fumetto nero molto in voga delle edicole negli anni Sessanta-Ottanta c'è ancora molto da dire e da approfondire.
Cominciamo dal capostipite, quello che di “Goldrake” non aveva nemmeno il
nome. Nel 1966 l'editore Furio Viano lancia un nuovo personaggio chiamato Genius, sull'onda lunga di Diabolik e di quel
filone che oggi chiamiamo fumetto nero italiano. Niente di particolarmente
originale, un nuovo giustiziere in calzamaglia, ma all’epoca bastava.
Il fatto più curioso è che Genius nasce prima come fotoromanzo. Non disegni, ma fotografie: attori veri, pose da cinema d’appendice e contenuti indirizzati a un pubblico adulto e prevalentemente maschile. Le sceneggiature erano quasi tutte di Luigi Naviglio e gli interpreti si chiamavano Philip Kay, Ursula Jeanis e Rock Scandurra. 82 numeri più 15 ristampe, dal 1966 al 1970. Mica pochi per un personaggio che oggi non conosce quasi più nessuno.
E chi c’era, sotto la maschera? Un certo Lon Flag, agente dell'FBI stufo
di vedere i criminali farla franca per colpa della burocrazia. Così decide di
vestirsi di nero, indossa una calzamaglia e al collo indossa un cappio, in
ricordo del padre giustiziato ingiustamente. Genius è dunque un nuovo
giustiziere mascherato, spietato, che si muove ai confini della legalità più
totale. Come tutto il filone nero per adulti di quegli anni, mescolava violenza
esplicita a un erotismo tutto sommato castigato con qualche modella in pose
disinibite, poco più, che bastò comunque a scatenare sequestri e guai con la
censura.
Il dettaglio che, secondo me, trasforma questa storia da semplice
curiosità da collezionisti a capitolo vero della storia del fumetto italiano è
però l’arrivo di un disegnatore che avrò grande successo. Nel settembre 1969 la
Furio Viano Editore decide di affiancare al fotoromanzo anche una versione
disegnata. Ai testi c'è soprattutto Mario Gomboli, ma per le matite viene
scelto un esordiente pressoché sconosciuto: Milo Manara, che sarebbe
diventato uno dei più grandi maestri italiani del disegno erotico. Qui firma i
suoi primi lavori professionali, 22 albi su 28 complessivi, ricalcando le
fattezze degli attori del fotoromanzo e regalando talvolta ai personaggi i
volti di star cinematografiche riconoscibilissime come Rod Steiger, Klaus
Kinski o Louis de Funès.
L'altro Goldrake: quello che con Actarus non c’entra proprio nulla
La questione però a un certo punto si complica. In Italia esisteva già, sempre dal 1966, un fumetto che si chiamava proprio Goldrake e non aveva assolutamente niente a che fare con Genius. Lo aveva creato Renzo Barbieri, futuro punto di riferimento del fumetto erotico italiano, insieme al disegnatore Sandro Angiolini, per la neonata Editrice 66, ispirandosi apertamente a James Bond.
Questo Goldrake era una spia, non un giustiziere mascherato, con il volto modellato su Jean-Paul Belmondo, alle prese con avventure sexy e violente contro i comunisti sparsi per il mondo, affiancato da un’alleata sovietica con le fattezze di Ursula Andress. All’inizio il fumetto non decolla: pochi numeri, poi la chiusura dell'Editrice 66. Ma nel 1967 Barbieri riparte con Giorgio Cavedon (più avanti anche con Paolo Ghelardini ai testi) fondando le Edizioni ErreGI, e stavolta arriva anche il successo con Goldrake pubblicato ininterrottamente fino all'aprile 1980 per 316 volumi, con il sottotitolo “Il Playboy” o “L'agente Playboy”.
E qui vale la pena aprire una parentesi che tornerà utile più avanti, quando parleremo del nostro robot. Perché gira da anni una leggenda metropolitana su questo nome. Molti danno ancora per scontato che “Goldrake” nasca dalla fusione di Goldfinger (l’antagonista di 007) e Mandrake il mago e, d’altronde, il personaggio si ricollega allo spionaggio di matrice bondiana da un lato, dall’altro all'eleganza di un gentleman avventuriero, quindi l'ipotesi non suonerebbe nemmeno così assurda. Peccato che non sia così. Fu la stessa casa editrice, presentando il personaggio, a chiarire che il nome del protagonista, un certo Willy Holden di Valmarin, agente della CIA nato a Venezia nel 1934, nasceva dalla unione di “Gold” (oro) e “Drake”, in omaggio al corsaro Francis Drake.
Nessun legame né con Goldfinger né con Mandrake dunque: solo un gioco di parole a tema piratesco. Tenetelo a mente, perché tra poco la stessa identica leggenda ritornerà, ma questa volta applicata (erroneamente) al robot giapponese.
Genius e Goldrake, dunque, restano due fumetti completamente diversi, nati per puro caso nello stesso anno, con nomi che arrivano da suggestioni linguistiche del tutto scollegate. Condividono solo il genere e il periodo storico.
Buenos Aires, primi anni Settanta: Genius si traveste da Goldrake
In Argentina, la casa editrice Ediciones Récord, nata nel 1971, la stessa che qualche anno dopo avrebbe lanciato la mitica rivista Skorpio, importava dall’Italia diverse fotonovelas nere per adulti. Lo faceva sull'onda del successo già ottenuto con Kiling, la versione sudamericana di Killing, a sua volta ispirata al fumetto nero Kriminal. Un genere che tirava parecchio e gli editori argentini lo sapevano bene.
Ed è qui che arriva il colpo di scena perché nel catalogo dell’editore appare una rivista intitolata “Goldrake” che però non era il Goldrake di Barbieri. Si trattava, invece, di Genius, il fotoromanzo di Furio Viano, semplicemente ribattezzato Goldrake per il mercato sudamericano. Stesso protagonista, stessa maschera nera, stesso cappio al collo. Un blogger argentino specializzato in fotonovelas d’epoca lo scrive senza troppi giri di parole nel post Goldrake en Argentina, Genius en Italia: Goldrake era un’altra fotonovela italiana comprata da Récord dopo il successo di Killing, ma nel suo paese d'origine si chiamava Genius.
E non è l'unica fonte a dirlo: anche un collezionista brasiliano, presentando sul suo blog di memorabilia vintage una copia originale del numero 34 di Goldrake datato 1973, intitolato “El cianuro no perdona” conferma la stessa equivalenza: Goldrake e Genius sono lo stesso personaggio, con gli stessi attori e le stesse sceneggiature, semplicemente ribattezzato da un paese all'altro, esattamente come era già successo a Killing.
Quel numero 34, tra l'altro, è un piccolo scrigno di dettagli che raccontano bene il personaggio: 48 pagine con protagonista l’agente FBI con la maschera nera e il cappio al collo affiancato nelle indagini da una partner di nome Mirna, la stessa che compariva già nella versione italiana. E lo stesso post ricorda che Ediciones Récord, negli anni Settanta, non si limitò a Goldrake: pubblicò tutta una scuderia di personaggi dai nomi improbabili e dal fascino decisamente trash, come Yorga l'uomo lucertola, Ultratumba, la spia Namur e soprattutto Araña Negra, interpretata dall’attrice locale Linda Peretz, segno che Genius/Goldrake non era un caso isolato, ma parte di una strategia editoriale precisa: importare (e ribattezzare) il nero-erotico italiano per un pubblico sudamericano che ne era ghiotto.
Perché questo cambio di nome, nello specifico? Onestamente, nemmeno gli appassionati argentini più informati sanno rispondere con certezza. La mia ipotesi è che Récord abbia scelto “Goldrake” proprio per agganciarsi, in modo non proprio ortodosso, alla fama dell'altro Goldrake italiano, quello di spionaggio, magari già circolato o conosciuto in qualche misura anche oltreoceano. Del resto, chi si sarebbe mai accorto della sostituzione, a migliaia di chilometri di distanza e con un'altra lingua di mezzo?
Le copertine che ho analizzato per questo articolo lo confermano in modo quasi comico: il Goldrake argentino numero 1 pubblicizza in copertina “Muerte a ritmo de Shake” che corrisponde esattamente all'ottavo episodio della serie Genius italiana, “Morte a ritmo di Shake”. E il Genius italiano numero 9, “Kalì l'adescatrice”, riporta lo stesso identico titolo del nono episodio della lista argentina. Stessi episodi, stessi attori, stesse fotografie. Solo un altro nome in copertina.
Perché a Buenos Aires funzionava questo genere di operazioni
Mi sono chiesto a lungo perché un editore argentino si mettesse a importare e “travestire” un fumetto nero-erotico italiano di seconda fascia. La risposta, in realtà, è piuttosto semplice se guardiamo al contesto. Ediciones Récord era nata proprio come agenzia dedicata a fumetti e fotonovelas, e negli anni Settanta il pubblico adulto sudamericano aveva una fame notevole di questo genere di storie violente, un po’ proibite, condite da qualche scena osé.
Le fotonovelas, va detto, non erano un’invenzione argentina: erano nate in Italia nel secondo dopoguerra come adattamenti fotografici di film e da lì si erano diffuse in tutto il mondo di lingua spagnola e portoghese diventando, negli anni Settanta, un vero fenomeno di vendite anche in Brasile. Kiling aveva aperto la strada in Argentina con un successo tale che, terminata la serie originale italiana, Récord decise di proseguirla in autonomia con attori e sceneggiatori argentini per più di un decennio. È in questo clima che arriva anche Genius, ribattezzato Goldrake.
Lo conferma, tra l'altro, una fonte diretta: lo sceneggiatore argentino Eugenio Zappietro, noto con lo pseudonimo Ray Collins, storico autore di Récord, racconta che nella “protohistoria” della casa editrice si lavorava proprio su materiale italiano (Kiling, Ultratumba e Goldrake) prima che la casa editrice sviluppasse un proprio corpo di autori nazionali. Le copertine originali, tra l'altro, riportano tutte lo stesso colophon: Editrice Record S.C.A., Buenos Aires, direttore Álvaro Zerboni, lo stesso che dirigeva anche Kiling. Segno che, per Récord, si trattava semplicemente di un altro tassello della stessa collana di fotonovelas nere per adulti.
E finalmente arriviamo a lui: da dove viene davvero il nome del nostro robot?
Quello su cui vale ora la pena soffermarsi, semmai, è un dettaglio non certo di secondaria importanza: da dove arriva davvero il nome “Goldrake”? La risposta è più intricata di quanto si possa pesnare e per anni è stata raccontata male anche dalla stampa italiana.
Partiamo da un fatto incontestabile: in originale il robot non si chiama affatto Goldrake. Il nome giapponese, come noto, è Grendizer. Eppure, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, diversi giornali italiani, come Oggi o La Stampa raccontavano una versione decisamente più pittoresca: i giapponesi, si diceva, avrebbero costruito il nome mescolando Goldfinger (la spia di 007) e Mandrake il mago. Suggestivo, non c'è dubbio. Ma completamente sbagliato: il nome originale è Grendizer, e con Goldfinger o Mandrake non ha nulla a che spartire.
Quindi da dove arriva davvero “Goldrake”? Come ho ampiamente raccontato nel mio libro arriva dalla Francia. È lì che, per esigenze di mercato, il distributore Jacques Canestrier, insieme a sua figlia, decide di ribattezzare la serie Goldorak, fondendo apposta i nomi di Goldfinger e di Mandrake per una questione di suono, di eufonia.
La leggenda sul mix Goldfinger-Mandrake, insomma, un fondo di verità ce l'ha solo che riguarda la Francia, non il Giappone. E qui il caso vuole che le cose si complichino ulteriormente: dato che in Italia, come abbiamo visto, esisteva già dal 1966 un fumetto chiamato Goldrake, qualcuno ha ipotizzato che fosse stata proprio l'Italia a inventare il nome, poi esportato oltralpe. Ma anche questa pista non regge: il fumetto di Barbieri prende il nome da “Gold”e “Drake” il corsaro. Una pura coincidenza di suoni, niente di più e la prova di quanto sia facile costruire leggende urbane plausibili ma infondate.
Resta un ultimo passaggio, quello dal francese Goldorak all’italiano Goldrake con le vecchie riviste italiane che raccontano questa evoluzione da “Goldorak” a “Goldrake” passando per… “Goldrak”. Su uno dei primi numeri del Radiocorriere TV che parla dell’arrivo della serie animata giapponese il robot viene chiamato ancora “Goldrak”, senza la e finale, la stessa grafia che troviamo anche in copertina su TV Club Hanna-Barbera, dove Braccobaldo in persona lo presenta ai lettori. Solo qualche settimana più tardi, su Settimana TV, la parola si è già assestata con il nome che tutti noi conosciamo. Segno che l’adattamento definitivo, quella e finale che oggi diamo per scontata, arriva un po’ alla volta, quasi per tentativi.
A confermare la scelta finale è stata anche Paola De Benedetti, la dirigente Rai responsabile dei programmi per bambini di Rete 2 che aveva la responsabilità di trasmettere la serie animata. In Francia il titolo era Goldorak e i produttori francesi avrebbero voluto mantenerlo anche da noi per ragioni di marketing e vendite, ma la produzione italiana preferì "inglesizzarlo", trasformandolo nel Goldrake che tutti conosciamo e amiamo.
Il passaggio è dunque stato: Grenzider (Giappone) --> Goldorak (Francia), --> Goldrak (Italia primissima versione) --> Goldrake (Italia versione definitiva inglesizzata).
Tre nomi identici, tre storie che non si sono mai incontrate
Cosa ci portiamo a casa da questa storia? Prima di tutto la conferma di quanto possa essere casuale e a tratti comica la circolazione dei nomi nella cultura pop. Nel 1966 In Italia nasce un fumetto di spionaggio chiamato Goldrake (il cui nome viene da “Gold” più “Drake” il corsaro) e, sempre nello stesso anno, arriva anche un giustiziere mascherato chiamato Genius ma che in Argentine viene ribattezzato Goldrake. Dodici anni più tardi, lo stesso nome italiano torna a nuova vita per battezzare un robot giapponese, ma stavolta l’origine ha tutt’altra motivazione: passa dalla Francia, dove il distributore fonde apposta Goldfinger e Mandrake creando Goldorak, nome che in Italia viene però inglesizzato in Goldrake passando inizialmente per Goldrak.
Non c’è nessun filo diretto tra questi tre prodotti. Nessuna ispirazione, nessun diritto condiviso, nessuna continuità narrativa e nemmeno, come abbiamo visto, un'origine comune del nome. Solo scelte editoriali indipendenti, in tre lingue e tre epoche diverse, che la memoria collettiva ha finito per intrecciare sotto un’unica etichetta. Ed è proprio questo, credo, che rende la storia interessante: dimostra come un nome possa viaggiare, cambiare pelle e ricominciare da zero ogni volta, dal fumetto di spionaggio di Barbieri, alla riedizione argentina di Ediciones Récord fino alla serie animata giapponese. Tre epoche, tre pubblici, tre generi opposti. Un solo nome a tenerli insieme, per pura coincidenza e più di una leggenda urbana da sfatare lungo il percorso.











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