venerdì 6 novembre 2026

Luigi Bernardi e la Granata Press: l'intervista di Shumi Manga (1992) sul mercato dei manga in Italia

Nel settembre 1992 Luigi Bernardi, fondatore e direttore della Granata Press, venne intervistato da un redattore della fanzine Shumi Manga parlando di tirature, diritti, censura e concorrenza con una franchezza che oggi sorprende. Pochi editori hanno dato cifre così precise sul mercato dei manga in Italia nei primi anni Novanta. Qui di seguito provo a ripercorrere l'intervista e a fare qualche riflessione.



Come sono arrivato a questa intervista

Qualche giorno fa, scorrendo Facebook, mi sono imbattuto in un post si Simone Marotta che proponeva un piccolo stralcio di vecchia intervista a Luigi Bernardi uscita su una fanzine dei primi anni Novanta. Poche righe che però mi hanno molto incuriosito in quanto contenevano delle informazioni davvero interessanti. Chi segue C'era una volta Goldrake sa che non mi accontento delle citazioni di seconda mano, sono quindi andato a recuperare il numero 0 di Shumi Manga. La fanzine era collegata al negozio Manga Shop di Cervia, provincia di Ravenna.


Shumi Manga n. 0 (settembre 1992): la fanzine

Shumi Manga si presenta in copertina come "Fanzine di informazione su Manga, Anime e cultura giapponese". Il numero 0 è datato settembre 1992 e porta la dicitura "Per adulti", coerente con un'illustrazione di copertina piuttosto maliziosa e con alcuni contenuti interni.

Il sommario annuncia cinque argomenti: le anticipazioni in casa Granata, una scheda sul film Laputa - Castello nel cielo di Hayao Miyazaki, una presentazione del fumetto Meet in your dream, l'intervista a Luigi Bernardi e la traduzione del primo episodio di Cream Lemon, serie di OAV hentai che in quegli anni circolava tra gli appassionati su videocassette sottotitolate in proprio.

Il titolo della rivista lo spiega la redazione in un post scriptum all'editoriale: Shumi Manga significa «Hobby Manga» (趣味, shumi, è appunto il passatempo). L'editoriale ha il tono e la freschezza di un gruppo di ragazzi alla prima prova di stampa: liti furibonde sugli articoli, sul formato e sulla grafica, giornate passate con la penna in mano e nessuna idea, notti insonni. Accanto compare una colonna di disegni in stile super deformed realizzati dai redattori, con un Gundam in versione SD e, in un riquadro, i caratteri 検閲 (ken'etsu), che vogliono dire «censura». Forse non è un caso, visto quanto spazio la censura avrà nell'intervista.

L'angolo del profano: Atlas UFO Robot e i «manghisti»

Il pezzo firmato da Gianluca Umiliacchi lo segnalo perché tocca da vicino questo blog. L'autore si presenta come un «profano», uno che preferisce i fumetti di casa nostra, e colloca il proprio primo incontro con il fumetto giapponese in Atlas UFO Robot, trasmesso dalla televisione di Stato che a suo dire cercava così di rispondere al boom delle emittenti private. La serie, lo ricordo, debuttò su Rete Due il 4 aprile 1978 (sul nome «Atlas» ho scritto un articolo a parte: Goldrake, il mistero dell'Atlas). Poi arrivano, sulle private, Lupin III, Jeeg robot d'acciaio e Spank.

Il ricordo confonde un po' anime e manga, come accadeva spesso allora, ma restituisce bene la percezione comune: per una generazione il fumetto giapponese era prima di tutto il cartone animato visto in tv. L'autore cita poi Golgo 13 di Takao Saitō, letto a fine anni Settanta su quella che chiama una «folle rivista di fumetti», e Black Jack di Osamu Tezuka su Eureka a metà anni Ottanta.

Segue mezzo decennio di silenzio, fino al ritorno dei “manghisti”, che Umiliacchi data a venerdì 13 maggio 1990 «se la memoria non mi inganna». La memoria in realtà lo inganna almeno sul giorno, perché il 13 maggio 1990 era una domenica. Resta l'indicazione di un ritorno percepito nella primavera di quell'anno. Il resto del pezzo è una satira sopra le righe sulla rivalità tra i lettori di fumetto italiano e i nuovi appassionati di manga, che secondo l'autore erano ormai il 25 o 30 per cento del pubblico. Il linguaggio usato per descriverli («piccole formiche gialle») oggi suona sgradevole, ma documenta il clima di diffidenza che circondava il fumetto giapponese, lo stesso che torna nelle domande rivolte a Bernardi.


Chi era Luigi Bernardi nel 1992

L'intervista occupa le pagine da 4 a 7 ed è firmata da Dennis Biagini. Luigi Bernardi (Ozzano dell'Emilia 1953, Bologna 2013) aveva già alle spalle una lunga carriera: aveva fondato L'Isola Trovata e Glénat Italia e diretto riviste come Orient Express e Lupo Alberto. Nel 1989 aveva dato vita a Bologna alla Granata Press, insieme a Luca Boschi e Roberto Ghiddi.

Con Ken il guerriero e le due riviste contenitore «Zero» e Mangazine, la casa editrice aveva di fatto lanciato il mercato del manga in Italia. Chiuderà nel 1996, e Bernardi si dedicherà poi soprattutto alla narrativa e al noir, anche come direttore di Nova Express e più tardi del marchio Perdisa Pop. Nel settembre 1992, quando esce Shumi Manga, Granata è all'apice e Bernardi parla da leader di mercato, come dice lui stesso senza giri di parole.

Le origini: Mangazine come espediente, Zero come scommessa

L'intervistatore apre ricostruendo la cronologia: Bernardi sarebbe diventato direttore responsabile della fanzine Mangazine nel novembre 1989 e un anno dopo, nel novembre 1990, direttore di Zero, rivista interamente dedicata ai manga. Bernardi precisa che il suo interesse editoriale per il manga era cominciato qualche mese prima e che la direzione di Mangazine era stata «semplicemente un espediente per poter registrare la testata».

Il dettaglio si capisce meglio sapendo che Mangazine era nata come fanzine dei futuri Kappa boys, stampata per cinque numeri tra la fine del 1989 e il settembre 1990 dal negozio Hobby Fumetto di Imola. Nel 1991 la testata passò alla Granata Press, che dall'aprile di quell'anno la trasformò in un mensile da edicola durato 47 numeri. La firma di Bernardi come direttore responsabile serviva dunque a mettere in regola una testata che sarebbe poi approdata in edicola.

L'avvicinamento ai manga, racconta Bernardi, era stato la conseguenza di un interesse per il fumetto molto più antico, quando aveva cominciato a vedere certe edizioni americane con storie e personaggi che non conosceva. Da lì la decisione di fondare la nuova casa editrice.



La scommessa sulla generazione cresciuta con i cartoni animati

Alla domanda se avesse temuto un buco nell'acqua, visto che i lettori di allora erano orientati sul fumetto italiano e americano e che in Italia i prodotti giapponesi, i cartoni animati in testa, erano guardati con sospetto, Bernardi risponde di no. Cinque o dieci anni di cartoni animati televisivi dovevano per forza aver lasciato un'eredità, una voglia di fumetto giapponese.

In altre parole, i lettori su cui Granata contava erano i ragazzi cresciuti davanti a Goldrake e ai robot, nel frattempo diventati adolescenti o poco più. Per chi si occupa di Goldrake è una conferma importante, e arriva dall'editore in persona. Quanto alla concorrenza con il fumetto americano e italiano, Bernardi sostiene che ci fosse spazio per tutti. La conferma, dice, arrivò quando presentarono Zero a Lucca, dove capirono subito che il prodotto funzionava. I timori erano altri, a cominciare dalla possibilità di non riuscire ad acquistare i diritti.

Le tirature della Granata Press nel 1992

La parte più preziosa dell'intervista è quella in cui Bernardi rivela dati di vendita, cosa che gli editori fanno di rado. Secondo lui i prodotti «continuano a tirare» e non ci sono mai state vere flessioni, salvo due casi.

Il primo riguarda Zero, che quando ha perso Ken il guerriero ha perso circa 2.000 copie, meno del 10 per cento delle vendite totali: il conto implica che la rivista viaggiasse sopra le 20.000 copie. Il secondo è Manga Hero, che Bernardi ammette superare a fatica le 7.000 copie. È la collana che vende meno, ma copre comunque i costi di produzione.

La scelta di togliere Ken da Zero è stata premiata, secondo l'editore, dal volumetto monografico dedicato al personaggio, che per il primo numero aveva proiezioni di vendita intorno alle 35.000 copie. È la testata Z Compact, che proseguirà fino al dicembre 1994 per 47 volumi. I cavalieri dello zodiaco, partiti appena due mesi prima, a luglio 1992, si attestavano sulle 30.000 copie. Da qui la linea per il futuro: prodotti con più pagine, eventualmente in formato più piccolo, ma con più materiale da leggere. È l'idea del tascabile monografico, che diventerà lo standard del manga in Italia.

Il cruccio, confessa, è Mangazine, partita intorno alle 15.000 copie e rimasta più o meno su quel livello, con la perdita di un paio di migliaia di copie nel corso di un anno. Granata intende concentrarsi su questa testata, convinta che i personaggi che propone meritino un pubblico più ampio.

Il mercato che viene fuori da queste cifre è piccolo ma sta in piedi, e si regge su pochi personaggi che il pubblico conosceva già dalla televisione. Ken e i Cavalieri erano arrivati prima come serie animate.

Saturazione del mercato e corsa ai diritti

Biagini chiede se il proliferare di nuove testate non rischi di produrre una saturazione simile a quella che aveva fatto chiudere diverse riviste americane e italiane. Bernardi risponde: «Ne sono assolutamente certo». Granata è il leader del settore, ha acquistato i diritti di moltissimo materiale che prima o poi dovrà pubblicare perché già pagato, ma non può impedire agli altri editori di interessarsi ai manga.

Poi Bernardi ammette una cosa che pochi editori direbbero in pubblico. Granata cercava di convincere editori e autori giapponesi a non vendere altro materiale in Italia, una strategia che secondo lo stesso Bernardi «ha lasciato il tempo che trovava». L'esempio è Orange Road: Granata aveva deciso di non pubblicarlo, o l'aveva opzionato, ma l'editore giapponese aveva preferito venderlo subito. Il manga uscirà infatti con Star Comics dall'ottobre 1992, poche settimane dopo l'intervista. Bernardi prevede che casi simili si ripeteranno sempre più spesso.

La risposta di Granata è non aumentare il numero delle testate per un po' di tempo e giocare sul prezzo. Fino ad allora i prezzi erano stati tenuti mediamente alti per non rischiare troppo; adesso la casa editrice proponeva albi in formato ridotto di 120 pagine a 2.600 lire. Il ragionamento finale suona come una previsione: se il mercato resterà nell'ordine di una trentina di testate non ci sarà contrazione, altrimenti tutto sarà più difficile, e a quel punto vincerà chi avrà i personaggi migliori. Sulla saturazione aveva visto giusto. Negli anni seguenti arrivarono molti altri editori, e nel 1996 a chiudere fu proprio Granata.

Manga erotici e trattative in Giappone

La domanda successiva, annunciata come «argomento piccante», riguarda il manga erotico, in linea con la vocazione dichiarata della fanzine. Bernardi risponde con una battuta («voi appassionati di manga mi sembrate proprio dei gran porcelloni»), poi chiarisce: niente erotismo nelle testate esistenti, soprattutto in Mangazine, destinata anzi ad assumere toni più adolescenziali. Non esclude però la pubblicazione di materiale erotico in altre sedi. Granata stava trattando in Giappone per acquistare diritti, e come lei almeno altre tre o quattro case editrici; Bernardi prevedeva un'«invasione» a partire dall'autunno.

C'era poi un progetto più ambizioso: insieme a un editore francese e a uno spagnolo, Granata cercava di far lavorare autori giapponesi specializzati in erotismo su prodotti nuovi, pensati per il mercato europeo. Non so se il progetto sia andato in porto. Nel 1992, comunque, era un'idea in netto anticipo sui tempi.

Collegato a questo c'è il discorso sulle tavole originali. Le censure giapponesi venivano applicate in fase di stampa, dopo che il disegno integro era finito, e Granata cercava gli originali per pubblicare versioni non censurate. Non era facile, perché in quei mesi in Giappone era in corso una forte campagna contro la pornografia (molti editori, precisa, non di fumetti, erano finiti in galera) e chi chiedeva quel tipo di materiale veniva guardato come un possibile infiltrato della polizia. A dare una mano c'era il proprietario di Manga no Mori, che Bernardi indica come il più grande negozio di fumetti di Tokyo.

Luigi Bernardi e la censura nel fumetto

Interrogato su come consideri la censura, Bernardi risponde che chi lo conoscesse meglio non gli farebbe questa domanda. Non crede alla censura, ma a un discorso di pubblico: certi materiali non si possono pubblicare su testate destinate a una certa fascia di lettori, e questo per lui è uno scrupolo morale, non moralistico, che un editore deve porsi. Rivendica di non aver mai censurato nulla; l'unica volta in cui era stato costretto, il rapporto si era interrotto. Il fumetto, conclude, è un mezzo di espressione che può raccontare tutto quello che salta in mente all'autore.

Detta da chi pubblicava manga ricavati spesso da edizioni americane tagliate, non era una frase di circostanza, come si capisce dalle domande successive.

Ritardi in edicola, edizioni americane e tavole recuperate

I lettori di allora ricorderanno i ritardi delle uscite Granata, culminati nel numero doppio giugno/luglio di Mangazine. Bernardi non cerca scuse: «eravamo imballati», avevano troppe cose da fare e non riuscivano più a farne nessuna in modo decente. Rivendica però un forte recupero, con uscite praticamente ogni 20 giorni, e promette la regolarità in edicola da settembre. L'unica testata ancora in sofferenza è Mangazine che sta affrontando una ristrutturazione interna.

Un passaggio fondamentale riguarda poi la provenienza dei materiali. All'inizio Granata lavorava su edizioni fornite da editori indipendenti americani o nippo-americani, che spesso avevano operato tagli, censure e riadattamenti. Biagini cita le storie mancanti di Lamù di Rumiko Takahashi, che negli Stati Uniti usciva per Viz. Bernardi ricorda di aver reintegrato le tavole soppresse in Xenon e in Mai la ragazza psichica, inserendo gli originali giapponesi. Per Lamù le storie mancanti sarebbero arrivate dopo la fine di quelle edite da Viz, sedici in tutto, e dal numero 17 di Mangazine Granata avrebbe cominciato a tradurre direttamente dal giapponese, in ordine cronologico.

Oggi la traduzione diretta dal giapponese la diamo per scontata, ma nel 1992 era ancora un proposito, e non sempre mantenuto: per Ranma ½, avviato proprio in quei mesi, la traduzione Granata si basò ancora principalmente sull'edizione nordamericana.

Su Kamui di Sanpei Shirato e Rumik World di Rumiko Takahashi, pubblicati negli Stati Uniti in forma incompleta, le risposte divergono. Kamui è difficile da completare perché la sua produzione è sterminata (Bernardi ricorda di averne visto «un metro» in una libreria di Tokyo) ed è, a suo dire, la serie meno amata tra quelle che pubblicano. Rumik World invece uscirà per intero, in un modo o nell'altro.

Ken in volume, Ranma, Maison Ikkoku e Manga Video: promesse e realtà

Il finale dell'intervista è una raffica di domande da collezionista, di quelle che oggi finirebbero in un gruppo Facebook. Allora si telefonava in redazione.

Sulle puntate di Hokuto no Ken uscite sui primi 16 numeri di Zero, Bernardi dice che le ire dei collezionisti le hanno già suscitate: arrivano telefonate tutti i giorni. La ristampa si farà, probabilmente l'estate successiva, in tre volumetti fuori collana numerati 01, 02, 03 oppure, come qualcuno aveva suggerito, -3, -2, -1. La promessa fu mantenuta: i tre albi speciali che recuperavano i capitoli apparsi solo su Zero uscirono nel 1993, numerati semplicemente 1, 2 e 3.

Ranma ½ sarebbe uscito su Mangazine dal numero 17, un episodio al mese, ed è quello che accadde a partire dal settembre 1992. La serie si fermò però al capitolo 49 con il fallimento della casa editrice e fu ripresa da Star Comics nel 1996. Per Maison Ikkoku Bernardi valutava se farlo adattare negli Stati Uniti, soluzione meno costosa, o procedere in altro modo. «Per ora beccatevi Ranma», chiude, «Maison Ikkoku arriverà». Arrivò, nella collana Manga Compact, ma anche questa edizione rimase incompleta.

L'ultima domanda riguarda il settore video, con i problemi incontrati per il primo OAV dei Saint Seiya. Bernardi li lega al caos del periodo dei «grandi ritardi» e annuncia la collana Manga Video, bimestrale da settembre. Con quel marchio Granata distribuì in VHS film e OAV del catalogo Manga Entertainment; dopo la chiusura i diritti passarono a PolyGram Video.

Cosa ci dice oggi l'intervista a Bernardi sul mercato del manga in Italia

Rileggendola, la cosa che colpisce di più sono i numeri. Un editore che dichiara 35.000 copie per il primo Ken monografico, 30.000 per i Cavalieri, 15.000 per Mangazine e appena 7.000 per Manga Hero è una rarità, e chi ricostruisce la storia del manga in Italia farebbe bene a tenerli a portata di mano. Accanto ai numeri c'è la previsione sulla saturazione, che col senno di poi acquisisce una importanza peculiare: Bernardi sapeva che la partita si giocava sui diritti e che i giapponesi avrebbero venduto a chiunque pagasse. Quattro anni dopo Granata chiuse e molte sue serie passarono ad altri editori.

Fonti



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